Storia

Casola, un po’ di storia
di Carlo Prosperi

1 – Geologia e toponomastica.

Casola, dal latino casula, “casetta, capanna”, fa parte del comune di Terenzo, in provincia di Parma. Il centro del paese è costituito dalla frazione Castello, sul crinale tra il Rio delle Vigne e il torrente Baganza, da cui dipendeva quella della Villa, situata più in basso, a ovest, su una fertile spianata, originata da una paleofrana, che sale, con dolce pendenza, verso Casa Cattani, alle falde di una scoscesa costa boschiva. A est del Castello, addossate al versante sud-occidentale di Monte Croce, sorgono, a breve distanza tra loro, altre due importanti frazioni: Puilio – dal personale latino Popilius – e, più in alto, Lùghero – dal latino lucus, “bosco sacro”, se non dalla divinità celtica Lug. Fanno parte del paese anche alcune case sparse tra cui Case di Carlana, nella zona in cui si trovano la “Fabbrica” e l’edificio che ospitava la scuola, Casa Storti, la Casetta, Casa Tremoli, la Casa Grossa, scaglionate lungo la statale della Cisa, e altre sulla strada che da Casa Storti porta al valico della Crocetta, dove appunto incrocia il tracciato della via Francigena. Isolata, su un pianoro rilevato che l’antica via di pellegrinaggio rasenta nel suo inerpicarsi verso Cassio, si trova Ricò, una villa nata dalla trasformazione di una vetusta dimora mezzadrile. Milioni di anni or sono qui c’era il mare, come attestano le conchiglie e vari altri fossili marini rinvenuti nelle rocce emerse dal sollevamento dei fondali e via via erose dagli agenti atmosferici e dalle frane. Spettacolari dirupi ha prodotto con la sua secolare opera di erosione il torrente Baganza, ma si segnalano pure le stratificazioni di Flysch – una formazione sedimentaria di età cretacica – che, sul fianco orientale di Monte Cassio, danno luogo ai pittoreschi spuntoni dei “Salti del Diavolo”. Il Monte Cassio coi suoi 1023 metri segna il punto più alto del territorio e si presenta come un ampio massiccio boscoso tra la valle del Taro e quella della Baganza (forse dal latino Vagantia, a indicarne il corso tortuoso), mentre il Monte Croce, coi suoi 945 metri, separa quest’ultima dalla valle del rio Sporzana e, più in generale, dalla bassa valle del Taro.

2 – I primi insediamenti e la via Francigena.

In Val Baganza si sono riscontrate tracce umane a partire dalla fine del paleolitico inferiore (oltre duecentomila anni fa), ma i primi insediamenti abitativi risalgono al neolitico (cinquemila anni fa). Si pensa che Liguri o Celto-liguri fossero stanziati sul Monte Cassio. E nei dintorni. Una coalizione di Galli Boi e di Liguri aprì le ostilità contro i Romani all’indomani della prima guerra punica e nel corso della seconda fornì sostegno ad Annibale. Ma alla lunga i Romani s’imposero: nel 183 a. C. fondarono Modena e Parma, nel 177 a. C. dedussero la colonia di Luni e quindi, attraverso il passo della Cisa, peraltro frequentato fin dalla preistoria, aprirono una via di comunicazione tra Parma e Luni. Forse ai tempi di Augusto. E forse a Cassio la gens Cassia ebbe allora modo di costituire un proprio latifondo. Ma con la crisi dell’impero la via cadde in desuetudine e solo con l’avvento dei Longobardi tornò in auge. Fatto sta che il re Grimoaldo, forzando la resistenza dei Bizantini, entrò in Toscana per Alpem Bardonis. La locuzione designava la strada della Cisa che congiungeva gli opposti contrafforti di Pontremoli e di Fornovo: quella che in epoca post-carolingia divenne la strata Francorum o via Francigena. Ovvero l’itinerario privilegiato dai pellegrini che, nel corso del Medioevo, da tutta Europa affluivano alla Città Eterna. Fu Liutprando a costruire “un monastero, denominato Berceto, sulla cima di Monte Bardone”. I monasteri non avevano solo una funzione religiosa, di evangelizzazione, ma contribuivano pure a promuovere la coltura di vaste aree abbandonate ed assicuravano il controllo della viabilità e dei traffici commerciali. Non stupisce pertanto che anche i sovrani franchi, per incoraggiare il pellegrinaggio a Roma e gli scambi (non solo) mercantili, favorissero il sorgere di ospizi e xenodochi, di luoghi di sosta e di culto, di stazioni per il cambio delle cavalcature e di altre strutture intese a offrire riposo e assistenza ai viandanti. Alla crescente importanza che andò assumendo la via Francigena va collegata la nascita o l’emersione dall’anonimato di molti paesi. Tra cui, con tutta probabilità, anche quello di Casola.

3 – Casola nella storia.

Tra il 1917 e il 1927 alla Villa, nel “Campo d’Orazio”, emersero alcune tombe e diversi reperti di epoca imprecisata: chi dice di epoca preromana, chi di epoca medievale. Di età medievale è certamente la “croce di Casola”, una lastra di rame sulla quale è saldato un Cristo in bronzo, ascrivibile al XII secolo. Più importante è però il manoscritto pergamenaceo Libellus 1218 dell’Archivio Vaticano: un documento che servì di base a papa Onorio III per la bolla del 1220 con cui condannò il comune di Parma per avere sottratto alcune terre di pianura, di collina e di montagna alla giurisdizione vescovile. Ne viene confermato che Casola era una delle nove contrade dell’antica strada di Monte Bardone e che da tempo vi sorgeva un castrum (castello) appartenente al vescovo di Parma. Il distretto di Berceto si estendeva fino a includere Cassio, quello di Terenzo comprendeva Corniana, Goiano, Casola e Bardone. Mentre da un lato si ribadiva la rilevanza economica della via Francigena, dall’altro si lasciava intuire come l’autorità del vescovo, insidiata dal potere laico, fosse ormai in crisi. Nel documento compaiono i primi nomi di Casolani: Lanfranchi, Montali, Molinari, Ollari. Segno che in paese vi era già un mulino ed una produzione artigianale di olle, cioè di pentole e vasi di terracotta. Questo spiega perché la sua denominazione oscillasse tra “Casola delle olle” e “Casola di Ravarano”, almeno dal XIII secolo, allorché l’imperatore Federico II investì del castello e della villa di Casola Uberto Pallavicino, già signore di Ravarano. Tale dipendenza si mantenne a lungo. Nel corso del Seicento i Pallavicino si appoggiarono alla potente famiglia dei Bianchi, che esercitarono il “maestrato” su Casola, sia amministrando la giustizia e riscotendo censi e fitti a favore del feudatario, sia amministrando, attraverso una lunga sequela di rettori, il controllo, non solo spirituale, sulla parrocchia. A questo riguardo, va ricordato che la prima chiesa di Casola era situata in summitate montis, non lontano dalla via Francigena, ma, divenuta inagibile, nel 1520 essa fu surrogata dall’attuale e più centrale chiesa di Sant’Apollinare, al Castello. La popolazione, per lo più dedita all’agricoltura e alla pastorizia, contava alcune famiglie di mezzadri e di braccianti (giornalieri e casanti) ed era piuttosto povera. Con poche eccezioni. Oltre agli ollari, vi erano scalpellini, boscaioli e segantini. Questi ultimi alimentavano una certa migrazione stagionale. Ma l’economia era sostanzialmente autarchica e pertanto soggetta ai capricci del tempo. Come se non bastasse, poi, dal Cinque al Settecento, truppe italiane e straniere, a più riprese, transitarono per la Val Baganza razziando, devastando, uccidendo. Il passaggio degli eserciti favorì pure la diffusione di epidemie: quando non erano gli uomini a esserne colpiti, era il bestiame. Anche le truppe napoleoniche, con la scusa di esportare liberté, égalité, fraternité, non mancarono di rinnovare gli abusi consueti, “facendo molti danni”. Più grave ancora dei danni fu la coscrizione imposta dagli invasori. Ma il nome di Napoleone restò legato soprattutto all’apertura della route n. 213 per collegare Parma a La Spezia, che fu conclusa e perfezionata da Maria Luigia, per diventare poi, con l’unità d’Italia, la statale n. 62.

4 – L’emigrazione e le due guerre mondiali.

Nel corso dell’Ottocento e più ancora nella prima metà del Novecento, l’emigrazione, da stagionale e pendolare che era, divenne un fenomeno di massa, dirompente ed epocale. L’incremento demografico per un verso e per l’altro l’estrema parcellizzazione dei fondi, in presenza di un’agricoltura arretrata, sprovvista di mezzi e di cognizioni adeguati, determinarono una crescita esponenziale della povertà, per cui molti “per procacciarsi vitto e guadagno” scesero in pianura o si trasferirono “in Oltremontani Paesi”. Chi in Francia, in Belgio o in Svizzera, chi in Argentina o negli Stati Uniti. L’emigrazione era una valvola di sfogo: oltre ad alleggerire la pressione sulla terra coltivabile, con le rimesse degli emigranti dava respiro a un’economia quanto mai asfittica e depressa. Molti trovarono lavoro nell’edilizia, nell’industria chimica, siderurgica, meccanica ed estrattiva; molti si adattarono ai mestieri più umili e alle più svariate mansioni. Enormi furono i sacrifici, a cominciare dallo sradicamento, ma nel complesso a buona parte degli emigrati arrise la fortuna. Qualcuno tornò poi al paese natìo a godersi il meritato riposo, ma tanti altri finirono per ambientarsi altrove, con un certo successo. Non sempre quelli che restarono in paese ebbero sorte migliore. Qualcuno si arruolò nei garibaldini, molti, più tardi, partirono per il fronte: chi partecipò alla guerra di Libia, chi sperimentò gli orrori della guerra moderna nelle trincee del Carso. O altrove. Molti non tornarono. Vennero poi gli anni del fascismo, delle contrapposte fazioni. E se non ci furono memorabili episodi di violenza, nondimeno furono anni difficili. Don Luigi Bersini, che non era solo teologicamente ferrato, ma anche un agguerrito agronomo, si adoperò a promuovere corsi di coltura agricola, che diedero buoni risultati e contribuirono ad alleviare le ristrettezze economiche dei casolani. Lui stesso si distinse nella “battaglia del grano”, sì da meritarsi il titolo di “zelante Missionario del Grano”. La seconda guerra mondiale mieté molte vittime tra i giovani del paese e fu seguita con trepidazione e sconforto crescenti, soprattutto durante l’occupazione tedesca. Per fortuna, con la miseria, crebbe anche la coesione sociale della piccola comunità, che accolse con esultanza la fine del conflitto e si apprestò, con rinnovato fervore, alla ricostruzione. Per ovviare alle angustie economiche della popolazione, furono finanziati diversi progetti di lavori pubblici, tra cui la forestazione di vaste aree gerbide. Furono tracciate nuove strade, realizzati nuovi allacciamenti elettrici, eretto un moderno e confortevole edificio scolastico, progettati acquedotti. Provvidenziale fu poi, nel 1962, l’apertura dello Stabilimento Eton Confezioni, la cosiddetta “Fabbrica”, che, pur passando di mano in mano, assicurò e assicura tuttora lavoro a diversi abitanti del luogo e dei contorni. Questo, però, non impedì l’esodo dalla campagna e il progressivo spopolamento del paese. Che solo negli ultimi anni, grazie anche a un intenso turismo di ritorno, alla costruzione di agiate villette, al restauro di numerose abitazioni e, non ultima, alla riapertura della via Francigena, che d’estate torna a essere percorsa da pellegrini e viandanti, sembra riacquistare una certa vitalità. Quantunque nessuno più lavori i campi, con il rischio che l’incolto torni pian piano a divorare i coltivi. Come nella notte dei tempi.